È durato un giorno, un mese o un anno questo viaggio…?

Giorno 31 luglio 2016

Sono da 5 giorni in Irlanda, non ho perso un attimo, girandola in lungo e in largo, Galway, le isole Aran, Belfast, Giant’s Causeway, Carrick-a-Rede, senza un attimo di sosta, per non perdere niente.

Eppure è solo nel momento in cui mi ritrovo con Ilaria e gli altri sconosciuti partecipanti a Phoenix Park, all’imbrunire, seduta su un prato verde a perdita d’occhio, che ho la sensazione che il mio viaggio sia veramente iniziato.

Sotto quegli alberi frondosi e spettacolari, lo spazio e il tempo si dilatano e comprendo che è questo il viaggio che non dovevo perdermi. È l’inizio di un processo che, nei giorni successivi, facendomi ‘perdere’ nella magia dell’isola verde, mi porterà a ritrovare tanto di me stessa.

Giorno 2

Una sorpresa dopo l’altra. Nonostante il cielo di Dublino sia spesso sul grigio, a me sembra che fasci di luce facciano incessantemente capolino durante tutto l’arco della giornata. È una giornata di colori, quelli del book of Kells, e di luci ed ombre, quelle del Trinity College, o forse, chissà, quelle dell’anima. Conserverò nella mia mente questo profumo di legno e carta… E poi le ombre, le ombre che non sono meno importanti della luce…

Giorno 3

La giornata dell’unità della molteplicità, del bianco e del nero, del tempio vichingo sotto la Chiesa di Cristo, incendiata e poi ricostruita dai Normanni. Una fenice che risorge dalle proprie ceneri, proprio come noi: la giornata della rinascita. Nelle ore che, senza rendercene conto, trascorriamo rapite all’interno della Christ Church, recupero il significato più autentico del sentirsi liberi dentro, un significato che si è perso fra le pieghe della routine quotidiana e dell’accumularsi di to-do con cui sovente ci si affanna a riempire anche il tempo libero.

Giorno 4

È la giornata dell’ascolto, ascolto non solo di pensieri e riflessioni ma del proprio cuore. Come siamo poco abituati ad ascoltare col cuore! Senza giudizio, senza renderci vittime e carnefici della maschera che sovente indossiamo o che gli altri ci gettano addosso nel tentativo di fissare in una forma morta il nostro io in continua evoluzione… Complice il bellissimo paesaggio irlandese, mi ritrovo a recepire gli stimoli che da esso mi arrivano ad occhi e orecchie ben aperti: vedendo e ascoltando attraverso il cuore.

Giorno 5

Il processo di trasformazione è in pieno svolgimento: e se bastasse cambiare punto di vista..? come sarebbero i nostri stereotipati punti di vista considerati da un’altra angolatura? guardo le Cliff-scogliere, rese ancora più belle dai venti che, nel corso del tempo, si sono abbattuti su di esse striandole e modificandole.. Alla mente si affaccia l’idea dell’arte del kintsugi: quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subìto una ferita ed ha una storia, divenga più bello. Oro, al posto della colla. In Occidente si fa fatica a fare pace con le crepe: per noi l’oggetto è rotto.. ed è colpa di qualcuno. Ma se la vita stessa fosse integrità e rottura insieme..? e se le persone rotte e ricomposte fossero ancora più belle…?

Giorno 6

Una giornata in cui l’unico ‘compito’ che ci viene assegnato è ‘meravigliarci’: baldanzose e con l’animo spensierato, ci addentriamo fra abbazie, castelli abbandonati, fari, fortini celtici (don’t worry, che piova, nevichi o tuoni non mancheranno in nessun viaggio con Ilaria..), isole che sembrano uscite dritte dritte da una favola di Stephens e …. focheee! Realizzo così che un viaggio con Ilaria è semplicemente ‘il’ viaggio. Lo stupore per il paesaggio, per scenari mozzafiato che si susseguono l’uno dopo l’altro va di pari passi con uno stupore più introspettivo, di lavoro su di sé, ma dal sapore assolutamente leggero. E quel che conta di più non è la meta, ma il percorso. Anzi, il percorso è talmente bello che quasi perde importanza la meta.

Giorno 7

E la magia si concreta: daini che ci fissano senza scappare, cavalli e un bosco lussureggiante di cui sembra possibile avvertire il respiro nel pulviscolo luminoso dell’aria, fanno di questo posto un luogo incantato, che ci trasmette tante energie diverse, consentendoci di compiere uno degli ultimi atti ‘magici’ e liberatori di questo meraviglioso viaggio che volge al termine. Non per la prima volta dall’inizio di quest’esperienza, in qualche andito della mia mente, rimbalzano i versi della nota poesia dannunziana, onomatopeica proprio come questo luogo ambrato che sembra dar voce al nostro io più profondo:

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Giorno 8

Nella cornice di uno splendido monastero normanno abbandonato, il momento del follow-up: perché ci si porta a casa davvero tanto, perché io spero vivamente che ci sia, per così dire, qualcosa che ‘follows’, e insomma un prosieguo. E perché sono sicura che questo prosieguo, pur con le difficoltà cui va incontro chi è disposto a mettersi in gioco senza veli, mi porterebbe ‘up’, e costituirebbe un valore aggiunto per la mia vita. Ripenso ai ‘nodi’ con cui sono arrivata e, dopo solo 7 giorni, invece che una iattura, mi sembra rappresentino ora una possibilità di creare una mia strada più personale, più vera, più consapevole, più adatta a me. È durato un giorno, un mese o un anno questo viaggio…?

E, per concludere, consapevole che le mie parole non potranno mai rendere giustizia a questa bellissima esperienza, vorrei dedicare ad Ilaria la storiella che segue. Perché ha saputo seminare in noi come l’anziana donna cinese, in punta di piedi, con la forza della dolcezza e dell’ascolto, mentre ci conduceva instancabilmente da un posto all’altro, stupendoci con i mille effetti speciali di questa meravigliosa terra di leprecauni e fate.

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto. Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua. Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto. Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino: “Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa.”

La vecchia sorrise: “Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho Sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa.” 

Antonella T.

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